L’80% dei dipendenti ha il contratto di lavoro scaduto

MILANO -

L’Ufficio studi della CGIA segnala che oltre l’80 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato presente in Italia ha il contratto collettivo nazionale di lavoro scaduto.

In termini assoluti, stiamo parlando di circa 12,6 milioni di operai e impiegati che attendono un rinnovo che, a seguito della recessione economica in atto, rischia di slittare anche quest’anno, alimentando una ulteriore flessione della dinamica salariale.

Secondo il CNEL, i contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti nel nostro Paese erano, al 31 dicembre 2019, 922. Di questi, 126 sono in scadenza quest’anno. Dal dicembre del 2012, lo stock complessivo dei contratti è salito del 67 per cento.

Il settore che presenta il numero più elevato di contratti è il commercio (244),seguito dagli enti e istituzioni private (114),edilizia (75),trasporti (70),agricoltura (53),aziende di servizi (47),poligrafici e spettacolo (43),alimentaristi-agroindustriale (42),metalmeccanici (36),chimici (33),tessili (29),credito e assicurazioni (28) e Amministrazione pubblica (19).

Dichiara il Segretario Renato Mason: “Sebbene negli ultimi anni il peso del fisco sulle retribuzioni risulti in calo, la dimensione del cuneo fiscale in Italia rimane ancora un forte ostacolo alla crescita, allo sviluppo degli investimenti e all’espansione dell’occupazione. Anche per queste ragioni bisogna ridurre le tasse ed i contributi sul lavoro, iniziando dalla componente riconducibile ai lavoratori dipendenti. Con buste paga più pesanti, infatti, la domanda interna registrerebbe degli effetti positivi. Questo provvedimento, altresì, migliorerebbe anche i fatturati degli artigiani, dei piccoli commercianti e in generale dei lavoratori autonomi che vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie”.

In termini occupazionali, il 2020 rischia di chiudersi con dati molto preoccupanti. Secondo una stima dell’Ufficio studi della CGIA su dati della Banca d’Italia, entro dicembre rischiamo una perdita di quasi 1 milione di posti di lavoro (precisamente 969.000 unità). Se come parametro di riferimento prendiamo le unità di lavoro (vale a dire il numero di lavoratori che potenzialmente sono occupati 8 ore al giorno),le stesse si riducono di 2.370.000 unità, facendo scendere lo stock complessivo degli occupati sotto i 22 milioni. Un dato mai così basso da 25 anni a questa parte.

Con un’economia sempre più in affanno, a pagare il conto saranno i lavoratori - siano essi autonomi o dipendenti - e le piccole imprese. Secondo l’indagine campionaria Banca d’Italia-Iseco tenutasi a metà marzo, finalizzata a raccogliere informazioni riguardo gli effetti della pandemia sull’attività economica, nel primo semestre di quest’anno la contrazione di fatturato dovrebbe colpire maggiormente le piccole imprese con meno di 50 addetti (-29 per cento),rispetto alle grandi, vale a dire quelle con più di 500 addetti (-18 per cento). Se, da un lato, non ci sarebbero forti squilibri a livello territoriale, dall’altro i settori più colpiti riguarderebbero i servizi, in particolar modo il piccolo commercio, gli alberghi e la ristorazione. Nel settore manifatturiero, invece, il calo più significativo si registrerebbe nel tessile, abbigliamento, calzature e nella metalmeccanica.

(Fonte: CGIA MESTRE)

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