Il Decreto-Legge 18/2020 e i 600 euro ai professionisti

MILANO -

Il Decreto-Legge 17 marzo 2020, recante le misure economiche e sanitarie per il contenimento dell’epidemia del Covid-19 e per il sostegno del reddito di imprese e lavoratori, sembra non essere molto incisivo per il lavoro autonomo, sia quello reso tramite partita IVA che tramite le collaborazioni coordinate e continuative.

Gli articoli 23, 25, 27, 28 e 44, infatti, stabiliscono – in breve – una indennità “una tantum” di 600 euro per i titolari di partita IVA e per i collaboratori iscritti alla gestione separata INPS, con esclusione dei liberi professionisti iscritti alle casse previdenziali di appartenenza (avvocati, ingegneri, architetti, medici, giornalisti, geometri, consulenti del lavoro, etc.) per i quali è riconosciuto un “Fondo per il reddito di ultima istanza” finanziato con 300 milioni di euro.

Entrambi gli interventi appaiono poco adatti alle esigenze dei lavoratori autonomi.

In primo luogo, i beneficiari dell’indennità di 600 euro (prevista per il mese di marzo) ottengono un contributo molto contenuto alla propria attività, atteso che la libera professione – in qualunque ambito –comporta una serie di oneri legati sia ai doveri verso l’Erario e verso l’Inps (o le casse di appartenenza) sia in termini di costi vivi quali il mantenimento della strumentazione (il semplice toner di una fotocopiatrice),l’affitto del proprio ufficio, gli spostamenti (ove permessi) per recarsi presso i clienti, etc. L’erogazione prevista, dunque, è del tutto insufficiente, né appare tenere conto delle difficoltà che incontra quotidianamente un libero professionista.

In secondo luogo, le categorie iscritte ad un Albo professionale sono state – nei fatti – messe da parte, e non viene minimamente presa in considerazione una misura forte di sostegno. La costituzione di un Fondo, infatti, può non essere efficace e – in ogni caso – viene lasciato alle varie Casse professionali il compito di formulare interventi “ad hoc” per i propri iscritti. In questo senso, per altro, si dovrà tenere conto dei limiti di bilancio e normativi/statutari di ogni cassa previdenziale.

L’intervento auspicato, e maggiormente penetrante, potrebbe essere uno sgravio sugli oneri fiscali e contributivi, consentendo una ripresa del libero professionista in coerenza con il proprio reddito e con i propri costi di struttura.   

Marco Proietti

Avvocato e Docente di diritto processuale del lavoro

Ricerca in corso...