I Buoni del Tesoro dimostrano che non serve il MES

MILANO -

22,3 miliardi di euro di ordini raccolti in pochi giorni dal Ministero dell’Economia e delle Finanza tramite la sedicesima emissione del BTP Italia quinquennale per fronteggiare la crisi generata dal coronavirus Covid-19. Questa settimana, dal 18 al 20 maggio, si è registrata la massima storica raccolta raggiunta dallo strumento obbligazionario distinto dall’ISIN IT0005410912, tanto da aver superato persino il precedente picco del novembre 2013 quando il BTP Italia aveva toccato quota 22,271 miliardi di sottoscrizioni.

L’operazione di finanziamento pubblico è stata un vero successo, al punto che gli investitori istituzionali hanno sottoscritto 8,3 miliardi di euro ma ne avevano chiesti oltre 19 miliardi. Ai risparmiatori retail vanno 14 miliardi di euro. Il tasso di interesse minimo garantito è dell’1,4%, mentre la parte variabile è indicizzata all’andamento dell’inflazione dei prezzi delle famiglie italiane di operai e impiegati al netto dei tabacchi tramite l’indice FOI.

A parità di scadenze, il BTP Italia garantisce un rendimento superiore al BTP plain vanilla e la sua struttura finanziaria ipotizza una deflazione dell’economia per tutta la durata del prestito offrendo un tasso breakeven negativo. A questo rendimento si aggiunge un premio fedeltà dell’8 per mille per chi manterrà il titolo nel cassetto fino al rimborso alla scadenza. Ciò vuol dire chiaramente che l’Italia è nella piena condizione di potersi finanziare sul mercato dei capitali nonostante la gravissima crisi del coronavirus.

Ora le partite IVA riceveranno gli aiuti promessi e per larga parte non mantenuti da marzo a oggi? Il fattore tempo è strategico: ritardare l’immissione della liquidità e delle cassaintegrazioni nel sistema economico potrebbe causare fallimenti a catena, che vanno evitati in tutti i modi. Stesso ragionamento vale per i 155 miliardi di euro bloccati nei bilanci pubblici e da tempo destinati alle opere infrastrutturali tutt’ora ferme.

Il Governo ha promesso di semplificare la burocrazia con un apposito decreto. Ad oggi la burocrazia è terribilmente aumentata e tutti, lo stesso Presidente del Consiglio, ammettono che qualcosa non è andato secondo i programmi.

Questa raccolta non è stata realizzata secondo la proposta dei “bond patriottici” formulata da Giulio Tremonti, che proponeva di esentare dalle imposte le obbligazioni pubbliche di nuova emissione a lunghissima scadenza (i c.d. “Matusalem Bond”),sottoscrivibili dai cittadini e da imprese italiane. La proposta inascoltata dell’ex Ministro dell’Economia e delle Finanza intendeva conseguire un doppio risultato: finanziare lo Stato per iniettare velocemente denaro nell’economia nazionale in sofferenza e far comprare il debito nazionale agli italiani, così da mitigare i rischi di gestione del debito pubblico riducendone la quantità relativa nei portafogli degli investitori esteri.

A questo punto viene da chiedersi: a che serve il MES? Questa domanda diventa ancora più importante se si considera che Francia, Grecia, Spagna e Portogallo hanno già dichiarato che non utilizzeranno il MES nemmeno “senza condizioni”. Al momento ha detto sì solo Cipro. Appare chiaro che la lettera solo parzialmente rassicurante scritta dai commissari europei Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis e indirizzata al Presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno non ha convinto gli Stati dell’Unione Europea. Solo in Italia c’è ancora chi crede che saranno senza condizioni i 37 miliardi a prestito del MES destinabili per le sole spese sanitarie, come se nel mondo esistessero prestiti senza condizioni da parte del creditore, che attende alla scadenza la restituzione del capitale maggiorato dagli interessi.

Un capitolo a parte va riservato al Recovery Fund, che non sembra avere preso ancora forma. Se mai arrivassero questi fondi, ma non è affatto scontato, non arriveranno a breve e comunque li dovremmo comunque pagare noi cittadini aumentando la dotazione del bilancio dell’Unione Europea. A chi serve questo? Sicuramente a Francia e Germania che vogliono cambiare le loro industrie produttive convertendole all’elettrico sia nei processi, sia nei prodotti. Un esempio viene dal settore automobilistico europeo, incentrato sui motori a diesel e benzina, che è in profonda crisi per regole che lo stesso Vecchio Continente si è autoimposto. La sfida è avviare un Green New Deal europeo, dove i giganti industriali cinesi e statunitensi sono già avanti nella competizione e nelle filiere di approvvigionamento, tra cui le terre rare necessarie per le batterie elettriche di ultima generazione.

Angelo Paletta

Direttore Editoriale

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