Editoriale - Tridico, l'INPS e la Storia Infinita ...

MILANO -

Il presidente dell’INPS Pasquale Tridico continua a promettere servizi efficienti e a pronunciare frasi offensive per le imprese che producono PIL e anticipano con i loro soldi le cassaintegrazioni, ma all’ennesima prova dei fatti la sua gestione si rivela un vero fallimento.

Dopo il Decreto Cura Italia dell’11 marzo le promesse di Tridico per attuare rapidamente la CIG ad aprile e a maggio sono state tutte puntualmente disattese.

Dalle colonne di questo giornale, venerdì 12 giugno abbiamo sottolineato che Tridico aveva pubblicamente scritto che entro quel giorno sarebbero state pagate tutte le cassaintegrazioni. Fino a martedì 15 giugno noi e tutta l’Italia abbiamo voluto credere che il ritardo negli accrediti della CIG fosse causato dalle banche invece, come c’era da aspettarsi da uno dei peggiori enti della Pubblica Amministrazione, sono passate due settimane e al 26 di giugno i soldi ancora non si vedono nelle tasche dei cittadini italiani, molti dei quali hanno ormai dato fondo a tutti i propri risparmi.

E’ importante ricordare che in Germania le cassaintegrazioni sono state pagate tutte in due settimane mentre in Italia, dopo quasi quattro mesi, ci sono centinaia di migliaia di persone abbandonate dall’INPS senza un euro.

Ieri, per tentare di salvare un minimo di credibilità (ma senza riuscirci),sulle agenzie di stampa è stato fatto trapelare che Palazzo Chigi abbia redarguito il Presidente dell’ente previdenziale di Piazza Ciro il Grande sugli oramai inaccettabili ritardi nel pagamento delle cassaintegrazioni. Ma, appena uscita la notizia, un comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha dichiarato: «In merito alle ricostruzioni riportate oggi su diversi quotidiani circa l’operato dell’INPS, si ribadisce la piena fiducia nel Presidente Tridico e il riconoscimento del grande sforzo fatto da tutte le lavoratrici e i lavoratori dell’Istituto di Previdenza nel periodo dell’emergenza».

La verità è che nulla cambierà davvero in Italia fino a quando la burocrazia ultra sindacalizzata non sarà sottoposta ad una reale e meritocratica parametrazione del livello degli stipendi col raggiungimento dei risultati programmati da ogni ufficio pubblico. Così avviene nelle aziende private e tra le partite IVA, dove chi non produce nei tempi e nelle quantità stabiliti non guadagna e rischia il licenziamento.

I dipendenti pubblici, invece, sono protetti da norme e sindacati ottocenteschi e non danno il buon esempio nemmeno i politici, che in occasione del taglio dei vitalizi hanno bloccato la norma al Senato della Repubblica.

Il pubblico impiego è mediamente numeroso dove non serve e troppo poco presente dove si fatica, fa registrare un livello di produttività insufficiente ed offre spesso servizi scadenti, anche perché spesso la dirigenza fa mancare quasi tutto a chi lavora davvero: scarseggiano computer moderni e funzionanti, la connessione alla rete spesso è un miraggio, toner per le stampanti non di rado sono vuoti e talvolta è razionata persino la carta. Non mancano alle cronache innumerevoli sequele di casi di corruzione che macchiano i dipendenti pubblici ad ogni livello: notizia di mercoledì 24 giugno è l’arresto di quasi tutto l’Ufficio Condono del Comune di Roma, dove le pratiche restano inevase da oltre 30 anni con gravissimo danno per le esauste casse comunali che non riscuotono i relativi oneri.

Fortunatamente le eccezioni a questo diffuso e dilagante malcostume ci sono e confermano la regola: esistono casi di funzionari pubblici stakanovisti, fedeli all’ente di appartenenza che onorano con dedizione e impegno. Ma molti di questi sono criticati dagli stessi colleghi...

Il Governo Conte, dopo la passerella degli Stati Generali, ha rinviato a settembre tutte le decisioni importanti mentre queste settimane di giugno e luglio sarebbero, invece, fondamentali per approntare le riforme necessarie per evitare il default dello Stato: velocizzare la giustizia civile per dare certezze in tempi accettabili a imprese e investitori; semplificare la giustizia amministrativa per sbloccare i cantieri e liberare gli oltre 100 miliardi fermi sui bilanci pubblici destinati alle infrastrutture; modernizzare il fisco annullando i bizantinismi della normativa tributaria, intollerabili per un’economia di mercato, riducendo le tasse eccessivamente elevate e punendo chi evade; riorganizzare tutta la Pubblica Amministrazione e attribuire responsabilità precise e ineludibili ai dirigenti, che non possono continuare a tenere in ostaggio l’Italia che vuole produrre e generare PIL ma è imprigionata da vincoli amministrativi e procedure farraginose utili soltanto a garantire lo stipendio di chi osteggia l’economia invece che incentivarla.

Angelo Paletta

Direttore Editoriale

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