Editoriale – Ripartire è possibile con formazione, innovazione e finanza

MILANO -

Le incertezze sulle condizioni di riapertura delle scuole, senza contare le ingiuste disparità penalizzanti per le scuole parificate rispetto a quelle pubbliche, fanno riecheggiare più forti le parole sulla formazione dei giovani pronunciate da Mario Draghi al 41° Meeting di Rimini organizzato dalla cattolica Comunione e Liberazione. È stato un discorso criticato dai soliti pochi ed elogiato da molti altri e noi ci mettiamo tra chi lo ha apprezzato, specialmente quando ha affermato che «dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro».

Con il temporaneo blocco dei licenziamenti la disoccupazione in Italia è all’8,8%, a fronte di una media UE del 7,1%, ed un’inaccettabile disoccupazione giovanile che tocca quota 27,6%. Ma va anche sottolineato che i dati aggiornati dell’ISTAT segnalano che nel primo trimestre 2020 i disoccupati che possiedono un titolo di studio fino alla quinta elementare sono il 17,7%, alla licenza media il 13,3%, al diploma l’8,9%, alla laurea il 4,9%. Non è nemmeno secondario evidenziare il fatto che le paghe orarie medie hanno statisticamente significative differenze per chi ha studiato di più e di meno.

Con lo sblocco dei licenziamenti sarà veramente dura per il Governo fronteggiare la crisi economica e sociale se fin da ora non pone delle vere condizioni per il concretizzabile rilancio dell’Europa e dell’Italia. Dove sono finiti i progetti mirabolanti degli Stati Generali dello scorso giugno?

Chi pensa che in Italia e in tutta Europa i soldi non ci siano per far ripartire l’economia non ha ben chiaro il momento attuale. Vi è un eccesso di liquidità che aumenta quotidianamente sui mercati finanziari e sui conti correnti, specialmente quelli dei rinomati risparmiatori italiani che hanno registrato +93 miliardi durante il lockdown. Tuttavia, l’economia reale è in crisi profonda.

I capitali ci sono e l’ennesima conferma viene dalla notizia che la statunitense Citigroup, l’ottava banca al mondo per capitalizzazione, ha programmato di investire 250 miliardi nel Vecchio Continente per favorire la transizione energetica. La scelta di investire in Europa è dipesa dal fatto che i 27 Stati comunitari sono più avanti rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo e questo consente di generare profitti in tempi più stretti.

Unendo in modo indistinto tutti i capitali che allagheranno ulteriormente di liquidità il mercato europeo dal 2021 in poi, è possibile parlare non più di centinaia di miliardi ma di trilioni. Infatti, seguendo lo stesso calcolo aggregato, gli investimenti privati si aggiungeranno ai fondi del piano Next Generation EU (750 miliardi di euro) – composto dai 7 programmi tra cui il Recovery Fund – e del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 della Commissione Europea (1.070 miliardi),senza contare le azioni della Banca Europea degli Investimenti (BEI) e del Fondo Europeo degli Investimenti (FEI) che azioneranno altri investitori, pubblici e privati, a seguire il medesimo esempio.

Non solo la Banca Centrale Europea ogni giorno compra titoli di Stato dei Paesi membri, in primis i Buoni Poliennali del Tesoro (BTP) emessi dall’Italia, ma anche la Commissione Europea sembra concretamente impegnata a fronteggiare la crisi con mezzi di cui, però, non si ha la certezza che siano realmente efficaci per contrastare l’inedita crisi generata dal Covid-19.

L’Unione Europea, non di rado è stata giustamente vituperata per l’egoismo degli Stati membri che si è manifestato anche in occasione dei primi contagi del coronavirus in Italia (portato da un tedesco infetto),  senza contare la scellerata iper burocratizzazione delle istituzioni comunitarie che decidono sulla vita di oltre 447 milioni di cittadini, secondo i conteggi di Eurostat nei 27 Stati.

Nel nostro specifico interesse serve che le imprese italiane si aprano all’Open Innovation. La maggior parte delle aziende sono troppo poco patrimonializzate per cogliere molte opportunità, sono esclusivamente concentrate sul proprio core business. Per questo, talvolta non colgono a pieno le opportunità di innovazione tramite i fondi europei e quelle offerte dai capitali di rischio provenienti dai mercati finanziari, tanto che continuano a rivolgersi impropriamente al sistema bancario, dimenticando la natura e la reale e indispensabile funzione degli istituti di credito.

Angelo Paetta

Direttore Editoriale

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