Editoriale - Non moriremo di coronavirus ma di tasse e burocrazia

MILANO -

Nel pieno del lockdown e del contagio e con 10 milioni di italiani a rischio povertà, l’Agenzia delle Entrate è pronta a notificare dal 1° giugno 8,5 milioni di atti a imprese, professionisti e famiglie mentre la Riscossione sta imbustando altri 17 milioni di lettere per dopo l’estate. A comunicarlo alle Commissioni Finanze e Attività Produttive riunite a Palazzo Montecitorio lo scorso 22 aprile è stato il direttore dell’Amministrazione Finanziaria, Ernesto Maria Ruffini. Lo Stato vuole riscuotere 954 miliardi di euro, ma il 40% della cifra ammette che è «difficilmente esigibile» perché tanti sono già falliti o morti.

Col Covid-19 la stima del PIL nazionale oscilla tra l’ottimistico -9,1% ed un più verosimile -20%. È probabile che decine di migliaia di aziende non riapriranno nella Fase 2 perché saranno già fallite o riattivarle col distanziamento sociale sarebbe economicamente insostenibile.

Politici e burocrati hanno illustrato il “Decreto liquidità” come se fosse un grosso un aiuto, ma nei fatti è un “Decreto debito”, utile solo per pagare i tributi sospesi da marzo a giugno 2020. Infatti, dopo lunghe istruttorie bancarie, solo i meritevoli incasseranno un prestito ma l’Agenzia delle Entrate e le bollette arretrate assorbiranno gran parte dei soldi presi a debito.

Il Governo e la maggioranza parlamentare spaccata sul MES non gestiscono la crisi aiutando professionisti e PMI, mentre le opposizioni votano divise al Parlamento Europeo e non capovolgono la situazione a favore di chi ogni anno genera il PIL.

Numerosi video diventati virali invitano al rinvio del pagamento dei tributi dalla prossima scadenza di giugno fino a novembre 2020. Basterebbero solo 5 mesi di ritardati versamenti da parte della minoranza di italiani che produce per mettere in crisi i 55 milioni della maggioranza che incassa ogni mese gran parte del lavoro creato dalle partite IVA senza riconoscerglielo, anzi additandoli tutti come evasori. Coloro che creano ricchezza vengono spremuti come arance da Stato, Regioni e Comuni, famosi nel mondo per una delle più alte tassazioni, senza però offrire i benefici di una burocrazia moderna, efficiente e rapida.

È vero che col ravvedimento operoso si pagheranno gli interessi di mora, ma nei video degli imprenditori questi risultano un costo sopportabile per ottenere dalla Pubblica Amministrazione un atteggiamento meno opprimente per chi rende l’Italia una potenza economica anche senza infrastrutture e con “lacci e lacciuoli” di ogni tipo. Va ricordato che la stessa Banca Centrale Europea considera le lungaggini amministrative e la lentezza della giustizia civile come un freno per il PIL italiano.

La protesta legittima delle partite IVA, per essere davvero efficace, va associata con una proposta costruttiva e un piano di sburocratizzazione subito realizzabili. Non è colpa di tedeschi, austriaci e olandesi se in Italia è stata accantonata la spending review di Carlo Cottarelli da 40 miliardi l’anno e se i tributi sono elevatissimi. Non è solo colpa dell’Unione Europea se i dirigenti pubblici italiani bloccano i 155 miliardi già disponibili destinati ai cantieri (vedi Infrastrutture Strategiche Prioritarie 2020).

Rita Levi Montalcini, famosa donna italiana e premio Nobel nata 111 anni fa, disse: «Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, ma uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi». Oggi le partite IVA hanno questo coraggio?

Angelo Paletta

Direttore Editoriale

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