Editoriale - Impreparati alla seconda ondata e al 1° gennaio 2021

I sindacati chiedono a gran voce al Governo la proroga del blocco dei licenziamenti oltre il 31 dicembre 2020 e l’allungamento degli ammortizzatori sociali, non capendo che il vero problema da risolvere è quello di aiutare le imprese e i professionisti a ricreare valore ed opportunità di impiego.

Come prima risposta, dal 15 ottobre verranno spedite dall’Agenzia delle Entrate oltre 9 milioni di cartelle esattoriali, esattamente ciò che non doveva essere fatto da chi ci governa in questo momento critico per l’indebolito e già fragile tessuto produttivo.

Un fattore aggravante a livello economico nazionale è la condotta dell’INPS, che colpevolmente si ostina a non pagare tutte le aziende le dovute cassaintegrazioni previste dalla legge. Purtroppo, gli imprenditori e i manager, che hanno bassi fatturati o addirittura non fatturano, sono costretti ad anticipare gli stipendi ai propri dipendenti che non possono licenziare, stressando le dimagrite finanze delle imprese italiane, molte delle quali sono sull’orlo del fallimento.

Il 1° gennaio cosa accadrà? Terrorizza il Governo la stima dei sindacati che ammonta ad un milione di licenziati e, quindi, di nuovi disoccupati. Ma non è bruciando le poche risorse pubbliche italiane per allungare di qualche mese l’agonia a spese dei privati che il sistema Italia può ripartire davvero con elevati consumi interni e le esportazioni di beni e servizi.

Invece, sarebbe sicuramente utile che il Governo rifinanzi in grande stile le misure della Transizione 4.0, riduca le tasse per tutti e posticipi ulteriormente l’entrata in vigore della legge sulla crisi d’impresa, programmata per il 1° settembre 2021. Non per ultimo, Palazzo Chigi presenti rapidamente i progetti di investimento da finanziare con il Next Generation EU ed in particolare con il Recovery Fund. Se così non fosse, quasi nessuna azienda italiana potrà rispettare gli stringenti parametri imposti dal sistema di monitoraggio della crisi d’impresa, subendo persino le segnalazioni che finirebbero di affossare pure quelle società sopravvissute alla prima e alla seconda ondata del coronavirus.

I professionisti e le imprese italiane non possono permettersi un secondo lockdown, né a livello nazionale, né regionale, nemmeno provinciale e persino comunale per le città più grandi e per quelle industriali. Dal 15 ottobre l’Italia è diventata di colore “arancione” nella tabella del Centro Europeo per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (ECDC). In tutta la nostra Penisola, solo la Calabria è “verde”, quindi a bassissimo rischio.

Meglio di noi in “grigio” ci sono Danimarca, Germania e Austria, mentre peggio di noi in “rosso” ci sono Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Olanda, Polonia, Irlanda, Gran Bretagna.

Al proposito, notizia di ieri notte è che proprio la Gran Bretagna, dove ci sono circa 19 mila contagio al giorno, ha escluso l’Italia dall’elenco degli Stati sicuri, tanto che chiunque arrivi nella grande isola del Mare del Nord deve restare in auto-isolamento per 14 giorni.

Dopo il lockdown si sperava che le apprezzabili dichiarazioni del Governo giallo-rosso fossero connesse con la maturata consapevolezza che serviva una nuova visione per il sistema Paese a partire da sanità, scuola, lavoro e fisco. Alla prova dei fatti pare che gli Stati Generali dello scorso giugno, trionfalmente propagandati, non stiano generando i risultati dichiarati.

Tutti possiamo trovarci impreparati una volta, ma la seconda volta a brevissima distanza di pochi mesi è meno giustificabile. Le lacune emerse in questi giorni sono numerose e paurose, tanto che vanno dallo scarso numero di terapie intensive attive fino al potenziamento dei presidi territoriali dei medici di medicina generale, dai banchi e dalle sedie appaltati con ritardo e quindi non consegnati all’apertura delle scuole fino all’assenza dei docenti regolarmente contrattualizzati che adesso sono impegnati a studiare per il concorsone, per non citare la carenza di un numero sufficiente di mezzi pubblici e di corse sia nei centri urbani che in quelli extraurbani. È ridicolo che sia vietato l’assembramento nei luoghi aperti e nei luoghi chiusi – come i vituperati bar, discoteche, ristoranti, pub, cinema – ma che poi si verifichi proprio nei mezzi di trasporto gestiti da Comuni, Regioni e dallo Stato.

Ha fatto bene Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni, ad aver responsabilmente ammesso che «i bus sono troppo pieni» di persone. Forse il “bonus monopattino” è stato pensato dai suoi colleghi al Governo come un presidio anti-Covid di massa valido per i giovani e per gli anziani?

È un dato di fatto che le scuole della Campania resteranno chiuse fino al 30 ottobre per volontà del governatore Vincenzo De Luca. Poco vale l’irritazione del ministro Lucia Azzolina, che dopo aver dichiarato di aver «allargato le aule», ha di nuovo strabiliato tutti affermando che «uno studente che ha la febbre e non sa di averla non deve salire sull’autobus».

Angelo Paletta

Direttore Editoriale

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