Editoriale - Attuare la Digital Service Tax e introdurre la Flat-tax

MILANO -

Fin dalle prime ore del lockdown, dalle colonne di questo giornale avevamo spiegato che la vera e lunga crisi non sarebbe stata solo sanitaria ma soprattutto economica e sociale. Oggi l’elevata, o meglio l’eccessiva, tassazione unita all’inefficiente burocrazia rischiano di causare impatti peggiori del coronavirus (basti pensare che il Governo non ha rimandato la scadenza della prima rata dell’IMU del 16 giugno).

I professionisti e gli imprenditori italiani possono tristemente vantare il vertice della classifica mondiale dei vessati fiscalmente, sui quali la tassazione può arrivare a pesare fino al 60% con picchi del 70%. A livello metaforico, ciò significa lavorare da gennaio a settembre per lo Stato prima di iniziare a guadagnare per sé stessi e vale specialmente per gli esercenti, che contribuiscono a proprie spese nel tenere vive, illuminate e sicure le strade delle città, dei paesi e persino delle frazioni. I professionisti subiscono la stessa sorte, che in alcuni casi è persino peggiore: gli avvocati, ad esempio, non hanno potuto esercitare perché i tribunali erano chiusi.

Se parlare ad alcuni di flat tax al 15% per professionisti e aziende sembra il presupposto ideologico per generare una disparità economica e una futura causa del divario sociale è opportuno ricordare che oggi, con la fiscalità ordinaria la separazione tra chi ha tanto e chi ha poco o quasi nulla, raggiunge livelli record. Non i disoccupati o gli inoccupati o i NEET, ma addirittura i “working poor” in Italia hanno toccato il livello record del 12,5%, mentre in Polonia sono il 9,7%, in Germania il 9,1%, in Svezia il 7%, nei Paesi Bassi il 6,1%, in Belgio il 5,2%.

Inoltre, tutti devono sapere che la flat tax in Italia c’è già, ma al 3% e solo per i colossi del web come Amazon, Alibaba, Facebook, Google. La norma è stata approvata dal Parlamento il 27 dicembre 2019 con la Legge di Bilancio 2020 e interessa le aziende che fatturano più di 750 milioni di euro di servizi digitali, di cui almeno 5,5 milioni nel in Italia.

Tuttavia, il dispositivo dell’articolo 1, comma 678, presente nella Legge di Bilancio 2020 non è ancora stata resa attuativa per mancanza di un apposito decreto ministeriale che i dirigenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze non hanno firmato, perché nel frattempo si è innestata una trattativa a livello OCSE che sta vedendo l’Unione Europea impegnata in una trattativa internazionale specialmente con gli Stati Uniti d’America che minacciano sanzioni per difendere il proprio tessuto produttivo.

Va considerato che durante i mesi del lockdown, mentre le imprese tradizionali erano chiuse, i colossi del web hanno registrato fatturati miliardari. Su questi ricavi imponibili non ci saranno le tasse che ci si poteva attendere con la Legge di Bilancio 2020 e tali potenziali introiti non giungeranno mai nelle esauste casse dello Stato italiano.

Chiunque si occupi di economia e di finanza ha chiaro che per superare lo shock economico e finanziario causato dal coronavirus il timing delle decisioni è quasi più importante dei soldi perché genera fiducia. Invece, gli Stati Generali in corso a Villa Pamphili sembrano più una forma autocelebrativa del Governo che una piattaforma di soluzioni concrete, e stanno ricevendo le sferzate non solo della Confindustria e dell’opposizione, ma pure di altre associazioni di categoria e dei sindacati.

La situazione inconcludente e resasi imbarazzante viene confermata dal rinvio a settembre di ogni decisione: a Palazzo Chigi pare che abbiano deciso di non decidere, anzi di rimandare fra 4 mesi ogni azione concreta. Sembra la perfetta rievocazione storica dello stallo che lo stesso Luigi XVI causò per troppe settimane dopo aver convocato gli Stati Generali. Torna utile considerare che il problema della tassazione elevata fu uno degli elementi scatenanti la rivoluzione della borghesia francese tanto che l’Assemblea Nazionale, costituita giorni prima il Giuramento della Pallacorda, avocò a sé il potere esclusivo di legiferare in materia fiscale.

Tornando ai nostri giorni, mentre lo stallo sembra prevalere su tutti i dossier importanti – dal Recovery Fund al MES, dalle norme e soprattutto dai decreti attuativi per aiutare le imprese fino all’INPS che non paga le cassaintegrazioni o lo fa con colpevole ritardo – l’Agenzia delle Entrate durante il lockdown ha assunto una condotta stakanovista ed ha diligentemente imbustato 22 milioni di lettere per esigere dagli italiani centinaia di miliardi di tasse presunte.

Per rilanciare l’economia, la storia italiana insegna che non servono burocratizzati incentivi a pioggia sulle imprese – su cui tra l’altro non ha mai piovuto nella stessa equa misura – o inefficienti e inefficaci bonus gestiti dalla Pubblica Amministrazione. È oramai comune a tutte le forze politiche la consapevolezza che la tassazione sulle imprese e il cuneo fiscale erano insostenibili prima del Covid-19 e mantenerli inalterati sarebbe distruttivo adesso che decine di migliaia di imprese rischiano di chiudere, con una perdita secca e permanente per l’Erario.

Angelo Paletta

Direttore Editoriale

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