Apple capitalizza 2 trilioni e supera il PIL italiano

MILANO -

Stando ai valori della Borsa di New York, con le azioni di Apple (ISIN: US0378331005) a 476 dollari la capitalizzazione della società tecnologica supera i 2 trilioni di dollari e numericamente il PIL italiano, che nel 2019 si è attestato a 1,78 trilioni di euro. E gli analisti finanziari tutt’ora consigliano di continuare a comprare le azioni (“buy”) mentre una minoranza invita solo a mantenere il titolo (“hold”). Da gennaio 2020 il titolo capitanato da Tim Cook ha segnato un +57,61% e il coronavirus non ne ha rallentato la crescita, ma l’ha accelerata con ricavi superiori ai 75,5 miliardi di dollari nel solo primo trimestre 2020 e utili netti per 2,5 miliardi.

Dopo aver conquistato nel 2018 il primato di essere la prima società a raggiungere 1 trilione di dollari di capitalizzazione, Apple raggiunge in brevissimo tempo l’ulteriore obiettivo di sfondare quota 2 trilioni di dollari. Circa due anni per raddoppiare un risultato eccezionale e superare anche Saudi Aramco, la società petrolifera saudita che a dicembre 2019 aveva toccato i 2 trilioni ma la recente e drammatica crisi del petrolio ne ha penalizzato il valore.

Se la società con sede a Cupertino in California fosse uno Stato nazionale, da sola sorpasserebbe il prodotto annuale di uno degli Stati del G7 come l’Italia. Ciò vuol anche dire che si terrebbe alle spalle dei giganti come il Brasile, il Canada, la Russia e la Corea del Sud.

Bisogna ricordare che tutto era iniziato in un garage negli USA dove, nonostante le tante contraddizioni, è possibile sviluppare un’idea imprenditoriale senza l’eccessivo timore di fallire, mentre in Italia i progetti di business restano spesso solo dei sogni perché diverso è il sistema normativo in ambito fallimentare, giuslavoristico, fiscale, senza contare le diversità operative nelle banche e nella finanza statunitensi che mettono più facilmente a disposizione capitali di rischio e di debito.

Lo stesso Carlo De Benedetti in un’intervista pubblica ha ammesso che l’affare più importante che perse nella sua vita fu negli Anni Ottanta quando era l’amministratore della Olivetti e per due volte rifiutò la proposta di finanziare con 200 mila dollari in cambio del 20% delle quote sociali una startup composta da tre giovani talentuosi dalle idee brillanti che lavoravano in un garage: Steve Jobs, Steve Wozniak, Ronald Wayne. Quei tre ragazzi per due volte snobbati da De Benedetti erano la startup di Apple e la Olivetti, inventrice nel 1965 del “P101” ossia il primo PC della storia, era un gigante in decadenza. Oggi Olivetti non esiste più perché è fallita, mentre Apple è la numero uno al mondo. Il 20% della Apple oggi vale circa 600 miliardi di dollari.

Anche per i politici e i burocrati italiani, così come per i professionisti e per le imprese nostrane, deve essere chiaro un dato: oramai le società digitalizzate e innovative caratterizzate da prodotti e servizi in buona parte immateriali dominano i mercati finanziari mondiali: in dollari Apple quota 2 trilioni; Microsoft 1,7 trilioni; Amazon 1,6 trilioni; Alphabet – ossia Google – 1,1 trilioni; Facebook 761 miliardi.

La politica italiana ha dato alcuni segnali di voler aiutare le startup e le PMI nazionali, ma si può e si deve fare ancora di più. Le startup innovative sono certamente una soluzione valida per consentire a molti giovani di fare un salto di qualità nella digitalizzazione e a diventare meglio scalabili così da consentire la ricrescita economica, lavorativa e occupazionale dell’Italia.

Per amore della verità va segnalato che nel Sud si stanno registrando degli esempi virtuosi nelle Pubbliche Amministrazioni. La Regione Puglia, tramite i fondi europei a propria disposizione, ha attivato delle misure di finanziamento delle imprese attraverso il finanziamento di minibond da 2 a 10 milioni di euro della durata massima di 7 anni per investimenti materiali e immateriali e spese in capitale circolante per attività di sviluppo o espansione. Una visione realmente illuminata della finanza aziendale che, si spera, possa essere da esempio per altre regioni e per lo stesso Governo.

Gli attesi miliardi del programma Recovy Fund, facente parte del piano Next Generation EU, dovranno spesi velocemente ed in modo efficace dalla burocrazia per accelerare ancora di più la crescita delle piccole eccellenze italiane che devono avere fin dall’origine l’aspirazione a diventare medie e grandi imprese. Su questo si gioca la partita della ricrescita del PIL e della sostenibilità del debito pubblico “monster”. 

Angelo Paletta

Docente di management e Innovation manager

 

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